giovedì 8 luglio 2010

DIECI, CENTO, MILLE "CALCI A ISRAELE"!

Per il secondo anno consecutivo una serie di compagni e realtà solidali con il popolo palestinese ha organizzato un torneo di calcetto dal titolo "Un calcio a Israele", i cui proventi andrannoa favore del centro giovanile del campo profughi di Nahe el-Bared in Libano. Evidentemente, come del resto è ormai noto a tutto il mondo visto il trattamento riservato ai pacifisti della Freedom Flotilla e le aggressioni avvenute a Roma, i sionisti si sentono particolarmente fragili in questo momento, e per questo tirano fuori la peggiore aggressività non solo contro il popolo palestinese, ma anche contro chi vi solidarizza. E ogni iniziativa di solidarietà diventa per loro un'onta e un crimine da cancellare, possibilmente con la violenza, come nella miglior tradizione fascista a loro tanto confacente. Così, anche il nostro torneo è finito sotto l'occhio maniacale dei pulitori etnici sionisti, che hanno pensato bene di minacciare con ripetute telefonate gli organizzatori.
Ovviamente respingiamo al mittente il loro tentativo di farci desistere dal tenere il nostro torneo, che anzi quest'anno vedrà una partecipazione maggiore di squadre. Ciò dimostra che la ferocia nazi-sionista non solo non indebolisce la resistenza eroica del popolo palestinese, ma neanche le seppur limitate iniziative di quanti vi solidarizzano; una solidarietà che cresce, e che anche grazie alla campagna BDS sta colpendo sul vivo gli interessi sionisti.
Invitiamo i compagni e le realtà solidali con la Palestina a pubblicare sui loro siti, blog e pagine facebook la locandina del torneo (che tante ire ha scatenato), e a ragionare, magari per un prossimo futuro, sull'ipotesi di estendere un'iniziativa simile, che coniuga la solidarietà con lo sport e allarga le maglie della prima a tanti soggetti nuovi.

10,100,1000 "CALCI A ISRAELE"!
LIBERTA' PER GAZA E PER TUTTO IL POPOLO PALESTINESE!
NO ALL'ARROGANZA SIONISTA!!!

CPO La Fucina

venerdì 2 luglio 2010

DECIDERE DA CHE PARTE STARE DI FRONTE ALL'AGGRESSIONE IMPERIALISTA






















È difficile raggiungere una piena comprensione dei singoli conflitti mediorientali se essi non vengono collocati all’interno di un mosaico più ampio che coinvolge l’intera area geografica.Una decina di anni fa gli Stati Uniti hanno annunciato la creazione di un “nuovo” Medioriente, intendendo con questo l’esportazione di un modello di sviluppo in cui gli agenti promotori fossero le istituzioni finanziarie e gli stati imperialisti e in cui le relazioni internazionali tra stati forti e deboli si fondassero sul principio neo-coloniale definito “aiuto allo sviluppo” che si concretizza in una relazione dissonante tra centro e periferia, con la totale subordinazione di quest’ultima agli interessi dell’altro. Lo scoglio più grande in cui l’Occidente si imbatte nel ridefinire gli assetti politici-economici in Medio Oriente è rappresentato da forme di resistenza e di autodeterminazione delle popolazioni dell’area contro l’imposizione di un’agenda neo-liberista sotto l’egemonia statunitense. Poiché per realizzare la loro strategia di espansione e sviluppo imperialistico e per rafforzare il proprio dominio sull’area gli USA e i loro alleati non possono ammettere interferenze sul controllo delle le risorse (in primis quelle energetiche) del Medio Oriente e delle regioni sul Mar Caspio, essi hanno la necessità di ridisegnare a mano armata la cartina geo-strategica del “Nuovo Grande Medio Oriente” che è diventato di importanza basilare per gli equilibri del mondo. Questa è l’essenza della politica e della guerra imperialista, che minacciano di fare un ulteriore salto qualitativo nella prospettiva di un’aggressione all’Iran. Una realtà, quella iraniana, che con la sua linea di sovranità politica ed indipendenza economica, rappresenta una concreta e strategica contraddizione per i progetti imperialisti e sionisti. E' macroscopico come nel corso del tempo questo paese abbia aumentata la propria influenza regionale, in particolare in seguito alla potente avventura guerrafondaia scatenata dalla NATO a cavallo tra Palestina, Libano, Iraq e Afghanistan. Altrettanto evidente è che attorno a questa neo-potenza regionale, nel corso del tempo, sono andati aggregandosi e consolidandosi spezzoni di resistenze arabe (siriane, libanesi, palestinesi, yemenite, ecc.), finanche nazioni che in precedenza avevano limitati rapporti con la Repubblica islamica, come Venezuela, Cuba, Brasile e Turchia. Questo non perché ci sia stata un’improvvisa, quanto generalizzata, conversione all’islam militante di matrice sciita; bensì perché non sfugge a nessuno degli interessati, come sulla “questione iraniana” si stia giocando una storica partita, sulla quale è possibile, dopo un decennio sulla difensiva, articolare una controffensiva all’unilateralismo occidentale, scatenato con le guerre d’aggressione. A completare questo quadro è opportuno sottolineare il ruolo che svolge lo Stato italiano. Questo stesso Stato mentre impone “sacrifici” economici e sociali con la demagogica linea del “mettere a posto i conti pubblici”, brucia miliardi di euro nel finanziamento delle missioni di guerra contro i popoli che non si vogliono sottomettere alla cosiddetta democrazia occidentale. A questo si aggiunge il fatto che l’Italia è sempre più una gigantesca servitù politico-militare, ad uso e consumo degli USA e della NATO, in quanto piattaforma d’aggressione verso tre continenti (Europa Est, Africa e Asia), che si accolla, inoltre, gli oneri politici, economici e sociali di tale status. Con ciò non si vuole certo sminuire il ruolo dell'Europa e le sue prospettive imperialiste, su cui andrebbe dedicata una ulteriore riflessione.
Da un altro punto di vista, invece, si può intravedere che la linea dell’antimperialismo attuale, praticato tra popoli e paesi della periferia del mondo, compresi quelli mediorientali, sembra richiamarsi all’ideale della Tricontinental di matrice guevarista. Senza lasciarsi andare a mal riposti entusiasmi, il consolidamento di tali idee, dimostrato dal moltiplicarsi di relazioni, accordi, collaborazioni in molti campi, in termini sia tattici che strategici, rappresenta un importante risultato, che può anche funzionare da motore per chi, alle nostre latitudini, intenda rimettere al centro del dibattito e dell’azione la questione dell’antimperialismo. Nonostante l’eterogeneità dei soggetti coinvolti in questa dinamica, questa prospettiva di scontro potrebbe stimolare l'agire in senso rivoluzionario del proletariato europeo, superando di fatto i limiti sui quali si è arenato in Occidente.
L’imperialismo oggi, in tutte le periferie del pianeta, è costretto a fare i conti con la propria incapacità di tenuta di fronte a forze antagoniste che sempre più riescono ad imporre, se non un controllo politico-economico, quantomeno un forte retroterra capace di indebolire e di attaccare il nemico, non solo più di resistergli. Si vede in Afghanistan, Iraq, Libano e Palestina, durante le ultime fallimentari esperienze militari imperialiste e sioniste; ma si osserva tutti in giorni in vaste regioni del Sudamerica e dell’Asia, dove gli interessi statunitensi e del liberismo sono messi in discussione nella pratica. Forme di conflittualità diverse, con obiettivi apparentemente lontani tra loro, frutto di una maturazione politica e sociale asimmetrica; ma figlie della stessa matrice antimperialista. Per ciò che concerne lo scontro Capitale/Lavoro, in Italia come in tutta Europa, hanno ripreso corpo delle contestazioni che sono riuscite ad esprimere un livello di autonomia, oltre che nelle forme della lotta, anche da un punto di vista più politico. Queste lotte devono ritrovare quel respiro strategico capace di coincidere con gli interessi del proletariato del Sud del mondo. Alle lotte per la difesa del posto di lavoro e a quelle per il miglioramento del salario, occorre però restituire la prospettiva strategica dello scontro di classe, l’unica in grado di legare il particolare al generale. Lo sviluppo delle lotte che si sta determinando a fronte della crisi economica in atto, impone di colmare la distanza che le separa dalle conflittualità espresse nelle periferie e dalle lotte dei nuovi proletari del centro imperialista, in quanto esse rappresentano un punto avanzato dello scontro di classe. Un esempio eloquente è l’atteggiamento assunto di fronte alla novità rappresentata dal proletariato arabo-mussulmano, che in occasione delle ultime aggressioni sioniste, per la prima volta si è presentato nelle piazze italiane, senza alcun cappello politico e con una determinazione sconosciuta, per cui in molti hanno preferito far risaltare gli ideologismi legati alla questione religiosa e nazionale. Con un approccio idealistico si descrivono il mondo e le sue lotte non per quello che sono, ma per quello che si vorrebbe che fossero.Un primo passo in avanti è rappresentato dalla constatazione di come certe autocensure, siano il prodotto dell’arretramento di classe avvenuto negli ultimi tre decenni. Lo spazio lasciato libero è stato quindi occupato dalle sovrastrutture borghesi, dalla ristrutturazione capitalistica e dalla controrivoluzione. Questa dinamica contribuisce a mettere a dura prova la lettura degli avvenimenti nell’area mediorientale per i settori internazionalisti metropolitani dove tra l’altro fa breccia una sorta di conservatorismo eurocentrico causato da difficoltà ad aggiornare la riflessione politica sul conflitto in corso.
In particolare è messo in difficoltà l'impianto secondo cui, suddividendo grossolanamente i movimenti di Resistenza mediorientale in “marxisti”, “nazionalisti” e “islamisti”, per decenni si è stati portati ad una semplificazione che si sta rivelando sempre più incongruente, che prescinde dagli sviluppi concreti sul terreno e sempre meno adatta a compenetrare una realtà in continua trasformazione. Proprio la necessità di non cadere nelle trappole disseminate dalla propaganda nemica, che fa della spiegazione del conflitto mediorientale in chiave etnico-religosa la propria cifra di ragionamento, deve spronare gli internazionalisti del centro imperialista ad aggiornare i propri arnesi politico-ideologici, che rischiano altrimenti di risultare arrugginiti ed inservibili. Se di fronte a questa complessità ci si arrocca in una difesa oltranzista di preconcetti, che prescindono dal contesto storico in cui i fenomeni si sviluppano, sarà impossibile esprimere una posizione di classe, internazionalista, che costruttivamente interagisca con la rivolta delle masse mediorientali contro l’imperialismo ed il sionismo. Per tirarsi fuori da questo stallo, dobbiamo registrare la nostra bussola politica, orientandola in direzione dell’effettiva azione di opposizione alla guerra ed alla penetrazione imperial-sionista. Non può essere altro che il concreto contrasto ai piani imperialisti, il principio di riferimento per non perdersi nel groviglio del conflitto mediorientale. Questo può permetterci di spiegare perché si può contemporaneamente contrastare la “sunnita” Arabia Saudita e solidarizzare con la Resistenza della “sunnita” Hamas, perché si deve criticare il “laico” Egitto senza accomunarlo alla “laica” Siria, perché va smascherato il collaborazionismo del “nazionalista” Abu Mazen e dato sostegno alla lotta del “filo iraniano” Hezbollah. Ma soprattutto la chiave antimperialista permette di comprendere che non c’è soluzione alla guerra attraverso una pacificazione eurocentrica, del dividi et impera soffiando sul fuoco delle contrapposizioni etnico-religiose, interessata esclusivamente al mantenimento di un’occupazione neocoloniale economica, politica e militare che va dalle coste palestinesi alle montagne afgane.
E’ IL MOMENTO DI DECIDERE DA CHE PARTE STARE.

“Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti ‘in una volta’ e simultaneamente, e ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi.Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.” L’ideologia tedesca, 1846

RESISTENZE METROPOLITANE
Maggio 2010